Non potevamo

Non potevamo

«Le leggi erano assai severe. Se eravamo ancora in età scolastica non avremmo potuto frequentare le scuole. E se fossimo stati insegnanti di ogni ordine e grado, non avremmo potuto più insegnare. Non avremmo potuto fare i giornalisti. Se fossimo stati scrittori o commediografi o musicisti i nostri libri non sarebbero stati stampati, né le commedie rappresentate, né le nostre composizioni eseguite. Anche se avessimo trovato l’anima gemella in una giovane non ebrea, non l‘avremmo potuta sposare. […] Non potevamo possedere un apparecchio radio. Se avessimo avuto il telefono il nostro nome non sarebbe stato incluso nell’elenco degli abbonati, se un nostro caro fosse deceduto non potevamo mettere un necrologio sui giornali per farne partecipi conoscenti e amici…

Non potevamo frequentare (ammesso che ne avessimo i mezzi e la voglia) luoghi di villeggiatura marini o montani. Le proprietà immobiliari sarebbero state amministrate non più dai legittimi titolari ma da una Società governativa (la “Egeli”).

non avremmo potuto nemmeno possedere un allevamento di piccioni viaggiatori

Sulla nostra carta di identità sarebbe stato apposto un timbro con la scritta ben visibile “di razza ebraica”. E poiché le dittature finiscono spesso per cadere nel ridicolo non avremmo potuto nemmeno possedere un allevamento di piccioni viaggiatori. Poveri piccioni amici di sventura “giudaizzati” per legge. (Un amico spiritoso mi disse che potevo però tentare allevando piccioni sedentari possibilmente pigri e svogliati)».

Fausto Coen, Una vita tante vite, 2004, pp. 64-65.

La morte di Stalin e un Borghese non adesivo

La copertina del Borghese di Leo Longanesi
La copertina del Borghese di Leo Longanesi

«L’agonia fu terribile e si svolse sotto gli occhi di tutti. All’ultimo momento mio padre aprì gli occhi e girò lo sguardo su tutti i presenti. Fu uno sguardo spaventoso, quasi folle, pieno del terrore che gli ispiravano la morte e i volti sconosciuti dei medici che gli si affollavano intorno. E in quello stesso momento egli sollevò la mano sinistra (che poteva ancora muovere) per indicare qualcosa in alto o forse per minacciarci tutti. Fu un gesto incomprensibile e terribile che non so capire, ma che non posso dimenticare. Conteneva una minaccia, ma non sappiamo a chi fosse rivolta… L’attimo dopo la sua anima si staccava dal corpo».

Svetlana Alliluieva citata da Dmitrij Antonovič Volkogonov, Trionfo e tragedia: il primo ritratto russo di Stalin, Mondadori, Milano 1991, pp. 612-613:

Erano le 9 e 50 del 5 marzo 1953.

«La bara con la salma di Stalin fu portata nella cripta del mausoleo, nella piazza Rossa, e collocata accanto a quella di Lenin. La notte, il nome del dittatore fu dipinto accanto a quello di Lenin, sul muro esterno del mausoleo. Ma in seguito il suo corpo sarebbe stato espulso dal sacrario e il suo nome cancellato. I posteri, ossessionati dalla personalità di Stalin e perplessi di fronte all’eredità del suo sistema, ma ancora incapaci di padroneggiarlo e di superarlo, per il momento non cercavano altro che di cancellare dalla propria mente il ricordo del dittatore».

Isaac Deutscher, Stalin. Una biografia politica, Longanesi, Milano 1969 (nuova edizione), pp. 876-77.

Per approfondire.

Una pagina di Luca Canali

«Me il Partito mi aveva salvato, a vent’anni ero finito, tutto, corpo e anima, camminavo con il bastone, assetato, bucato dalle iniezioni, dopo aver fatto per semplice amore e amicizia anche il mezzano ai liberatori, procurato loro alcol e seniorine, fatto con loro il bagno nel fiume ascoltandoli con gioia chiamarmi Luk mentre nuotavo subito dopo il pranzo fra i muraglioni infuocati senza più le forze di un tempo, un affanno, una delusione di tutto poi. CanaliCosa aveva portato la liberazione per me oltre al boogie-woogie e il gioco delle tre carte nelle strade? Il fascismo era crollato, in cui avevo creduto poi non più, il timore delle retate, dei campi di concentramento, della renitenza di leva passato anche quello, mi sembrava impossibile poter entrare liberamente in un cinema, in un casino con le porte forate dai colpi di baionetta da cui spiare coiti e finti lamenti, andare dovunque mi piacesse, nulla era vietato, ma non poteva essere questa la libertà, disporre di giornate vuote, la sera fare la fila dietro un albero in attesa della dattilografa che si alzava le vesti per arrotondare il salario, sentirsi pesare addosso come piombo gli abiti intrisi di pioggia,

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre, come nelle notti di plenilunio dieci anni prima in comitiva rasente il bosco sentivo un terrore vacuo, per poi sognare una molle massa tonda che mi schiacciava come un insetto, la sensazione si trasferiva alla base della lingua, un cercine di gomma, o sfuggito alla Wehrmacht dopo l’armistizio nella casa ipotecata degli avi in montagna risalivo ansimante il pendio con mio padre, le stoppie mi ferivano i polpacci, i cani mi ululavano dentro, la zia ci accolse insonnolita, contrariata anche, indicandoci il pagliericcio di foglie di granturco su cui mio padre dormì russando come sempre, io invece a rivoltarmi fino all’alba sentendo le foglie secche frusciarmi sotto, e l’angoscia di non avere più nulla, oltre la vita, una vita che doveva avere un senso oltre la fame, la sete, la stanchezza, la tristezza, la gratifica di fantasie lubriche, se dovunque si fuggiva e si moriva senza sapere perché, se odiavo il mondo perché lo amavo troppo, se non offrivo nulla per paura di essere respinto, se respingevo tutto per il rancore di un antico presunto rifiuto, se mi sembrava di smarrirmi perché ognuno prendeva la sua strada e mi lasciava solo, senza che sospettassi di poter prendere anch’io la mia o di andare con gli altri. Perciò forse tra i momenti più belli della mia vita erano stati il match con i guantoni da gioco con un tracagnotto che pestai senza odio godendo della precisione dei miei diretti attraverso la sua guardia, e il rito collettivo della sigaretta fumata intorno al fontanile fra noi fuggiaschi passandoci la cicca dopo ogni tirata,

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano, potrei aggiungere gli agguati con fionde di elastici da cartoleria, decenne appena detronizzato dalla nascita della sorella, dietro l’angolo della chiesa a scoccare uncini di filo elettrico sulle natiche delle ragazze, quando mia madre mi vide passando di lì per caso, e non riusciva a credere ai suoi occhi, il piacere che mi procurò esserle apparso a quel modo, un’espressione nuova, non più il bambino triste tutto della sua mamma, di stradaiolo invece con la sua banda e appetibili bersagli. Ma era pochino per sopravvivere a quello che mi sembrava il crollo di tutto, al vuoto rimasto dopo la nausea delle prime Chesterfield e l’insopportabile cefalea pulsante per l’alimentazione irregolare e la fornicazione spinta, così senza credere più in me cercai fuori di me, e trovai due cose, Clodilia e il Partito, che tenni disperatamente strette, ma che avrei ugualmente perduto in seguito, pagando così la necessità di appoggiarmi ad altri per essere forte, di chiedere per poter dare, la mia ignoranza di umiltà, di corroboranti sconfitte, di abbandoni che fossero scoperte di ciò che veramente, intimamente ero».

Luca Canali, Ci chiamavano teppisti rossi, Marsilio 1996, pp. 48-50.

Morti rosse

«Ecco, proprio i fatti di Praga hanno certamente avuto un peso anche contro il fisico di Longo. Non c’è dubbio che i malori vengono quando vogliono, ma è scientificamente provato che il grande lavoro portato avanti per anni in condizioni aspre com’è sempre l’attività politica clandestina o no, in galera o sui sentieri partigiani, segna il fisico. Ma certe malattie, come quella che ha colpito Longo, sono anche determinate dagli stress dolorosi, dal dovere assumersi responsabilità fuori del comune ed è senza dubbio il caso di Longo.

[…] Ricordo Ruggiero Grieco, una delle menti più lucide del partito, nei suoi ultimi giorni di vita dopo che l’aveva fulminato l’attacco cerebrale durante una serie di comizi in Romagna; rivedo Giuseppe Di Vittorio impallidire sul balcone di Lecco mentre parla ai “fratelli lavoratori” (non solo amicizia ma addirittura vera fraternità) e poi, a poche ore di distanza, la sua morte; ricordo Mario Alicata intrepido e battagliero talvolta persino al di là degli argini, stroncato in un istante. E tutti ricordano la fine di Togliatti davanti alle pagine amare del memoriale di Yalta, rivelatrici oltre che della sua straordinaria intelligenza politica, anche del suo umano tormento per dover dire cose che avrebbero turbato l’animo semplice di molti militanti.

Ora il malore aveva colpito Longo mentre erano ancora vive le polemiche in campo internazionale e nel partito per quella decisione presa sui fatti di Praga…»

Davide Lajolo, Finestre aperte a Botteghe Oscure. Da Togliatti a Longo a Berlinguer. Dieci anni vissuti all’interno del PCI, Rizzoli, Milano 1975, pp. 106-107.