Per Alessandro Leogrande

Il 29 novembre 2020, su Collettiva.it, ho intervistato Angelo Ferracuti per ricordare assieme Alessandro Leogrande, che ci manca ormai da tre anni. Nel sito si possono leggere molti altri materiali di e su Alessandro Leogrande, utili a farsi un’idea della vastità di orizzonti di questo scrittore, della sua importanza e del vuoto che ha lasciato. Tra le riflessioni di Ferracuti, che con Leogrande condivise molte iniziative e soprattutto un’idea di letteratura, segnalo qui due estratti (il resto al link):

Era «un ragazzo di una onestà intellettuale assoluta, di una generosità disarmante», uno «scrittore rigoroso, colto, informatissimo, eppure così assolutamente privo di narcisismo».

«Alessandro è stato un intellettuale di conio novecentesco, con uno sguardo internazionale, che credeva ancora al bene comune e a un lavoro di cittadinanza attiva, cercava un rapporto con la politica e la società, con il sindacato e i movimenti, nonostante tutto, e indagava i grandi temi mescolando narrativa tout court, saggistica, storia, meccanica sociale. Non sembrava un prodotto della sua generazione, forse per questo lo sentivo molto vicino, come un fratello minore però più bravo. Ma è stato tutto questo in un’epoca cinica dove quelli profondi e portatori di un pensiero politico forte come il suo, seppur operosi, vivevano e continuano a vivere isolati».

Foto di Marco Merlini

Mi ero dimenticato

Mi ero completamente dimenticato che stavo tenendo un diario di bordo del nuovo lavoro. Forse perché non sono capace di scrivere diari. Così ho saltato un casino di tappe. Fino alla più importante.

L’ultima.

Il libro è finito. Quasi un anno fa. Poi, dopo i consigli di un editor amico, l’ho riveduto in una seconda stesura. A gennaio e febbraio di questo anno.

Poi sono entrato nel confinamento.

Ma nel frattempo il manoscritto camminava il suo corso, con mia grande sorpresa.

Chissà come andrà a finire.

Multiboxer

***

L’esordio di un multiarto può essere liquido. Depongono il neonato nel cesto, tra i cesti. Le sue tre braccia destre si agitano, le due gambe scalciano, le tre braccia sinistre si rivolgono in segno di lotta, il braccio centrale stringe il piccolo pugno e si prepara al colpo, superiore e inferiore fanno già scudo al torso. L’addestrano all’equilibrio e alla corsa, al passo e alla guardia. Nella palestra una voce diffusa gli insegna le mosse, ad esempio i doppi ganci a sinistra mentre il primo destro cerca l’uppercut, il secondo destro va verso il fegato e l’inferiore mira allo stomaco dello sparring partner-bot che un giorno sarà sostituito dall’avversario di carne, anche lui multiarto. È solo, educato allo spirito boxe. Non raggiunge gli altri nel dormitorio. Non gioca né mangia con loro. Però è fortunato. Non è destinato alle aree di produzione. Non raccoglierà cespi. Non competerà con le macchine per la produzione di macchine. Non porgerà cibo o vino in un’area di consumo eurasiatica. Forse. Chiede: «Quanto vivrò? Morirò presto?». Ma nessuno risponde.

Prosegue su Per rabbia o per amore. Lo sport in 12 racconti, 66thand2nd.

Foto di eloneo da Pixabay

Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia

«Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia, nelle strade, nelle entrate delle case, soprattutto nelle camere dei malati, l’aria era azzurrognola per il fumo e profumata, neanche sembrava la fetida città dei giorni di salute. C’era una gran ricerca di lingue di S. Paolo, che sono pietre in forma di lingua d’uccello e che si trovano sulle spiagge che da S. Paolo vanno fino a Santos, sarà per santità intrinseca dei luoghi o per santificazione che viene loro dai nomi, ciò che tutti sanno è che queste pietre, e altre, rotonde, della grandezza di un cece, sono di sovrana efficacia proprio contro le febbri maligne perché, composte come sono di polvere finissima, possono mitigare l’eccessivo calore, eliminare i calcoli e talvolta provocare sudore. La stessa polvere, che risulta dalla macina delle pietre, è decisiva contro il veleno, quale esso sia e quale sia stata la sua somministrazione, soprattutto in caso di morso di animali velenosi, basta mettere la lingua di S. Paolo o il cece sulla ferita e in un istante il veleno è risucchiato. In tali casi, queste pietre si chiamano occhio-di-vipera.

Con tutto ciò pare impossibile che ancora possa morire gente, con tanti rimedi e tanta protezione, qualche irreparabile colpa, agli occhi di Dio, avrà commesso Lisbona perché siano arrivate a morire in questa epidemia quattromila persone in tre mesi, il che significa più di quaranta cadaveri da sotterrare tutti i giorni. Le spiagge sono rimaste senza pietre, e zitte le lingue di quanti sono morti, impediti questi ultimi dallo spiegare che tali farmaci non li avrebbero potuti curare. Ma lo avessero pur detto, proprio questo avrebbe dimostrato la loro impenitenza, poiché non avrebbe dovuto causare meraviglia che delle pietre potessero curare febbri maligne solo perché ridotte in polvere e mescolate al cordiale o nel brodo…»

José Saramago, Memoriale del convento, Feltrinelli, traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet

Foto di Matthias Böckel da Pixabay