A Fahrenheit per parlare di Joseph Ponthus

Spero di avere reso un buon servizio a Joseph Ponthus e al suo davvero indimenticabile “Alla linea” (Bompiani), parlandone oggi, ospite di Fahrenheit Radio3. Che un lavoratore scrittore prenda la parola e racconti, e lo faccia con questo talento; che gli sia data la parola: è un fatto raro del mondo, editoriale e non. Sentivo quindi l’ingiustizia di essere lì al posto suo. Ma purtroppo Ponthus non c’è più, quindi chi di noi ha ammirato il suo romanzo deve per forza prendere la parola, brevemente, concisamente, per poi restituirla a un libro che è lì e aspetta il suo lettore.

Per chi volesse approfondire, qui il podcast della trasmissione.

[Qui invece la mia recensione su Domani]

Addio Gorby

Perdonatemi. Io su Gorbačëv non riesco a scrivere nulla di più rispetto a quanto ho scritto nel mio romanzo. Fu l’ultima illusione di un mondo che si avviava a morire. Era l’uomo dell’eutanasia. Io – giovane giovane – politicamente gli volevo bene. Ma ero irrilevante. E queste pagine non riguardano me.

La foto di Gorbačëv, in licenza CC, è tratta da Wikipedia e Flickr.

Le parole e la storia

Io, figuriamoci, io, non so come né quando finirà questa terribile guerra, non ho idea di come alleviare le sofferenze che gli ucraini, invasi dai russi, patiscono, sono del tutto impotente, sono impotente persino di fronte alla fragilità di una signora ucraina che, al mio fianco, alla manifestazione per la pace di Roma, non smette di piangere, piange più forte delle parole pronunciate dal palco, più forte degli appelli al diritto e alla pace, più forte degli slogan contro Putin o contro la Nato, piange con tutta la forza che le offre il corpo, piange contro la guerra e contro la storia, eppure è inerme mentre un imbecille, col proprio smartphone, la fotografa.

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