
Uno scrittore

Forse è tempo che qualche tailorguru mi spieghi (ci spieghi) da dove trae origine la rispettabilità del Loden e perché questo soprabito – del quale non nego eleganza e bellezza, quando lo portano persone comuni – vesta con puntuale uniformità tanto potere e tanta politica nostrani. Perché proprio il Loden? Perché così tanti Loden nel corso degli anni, dei lustri, dei decenni indosso alle nostre élites? Qual è il segreto del suo salvacondotto? Cosa garantisce questo immarcescibile capospalla?
Io un’idea me la sono fatta, ed è questa: il Loden che veste il potente, tanto per cominciare, mi sta antipatico; perché protegge, perché nasconde ogni difetto nella sua assenza di lineamento. Il Loden è la maschera perfetta, il nascondiglio ideale. Nel suo non aderire al corpo che cela crescono caverne, tunnel e passaggi, ripostigli capienti per ogni gesto o pensiero impresentabile. Dentro a un Loden potrebbe allignare anche un maniaco, e nessuno se ne accorgerebbe.

Questo cappotto di lana cotta è dunque l’indumento che meglio interpreta la dissimulazione? È possibile. I potenti di altre epoche e di antichi regimi non temevano di mostrare il proprio corpo. Lo rivestivano di abiti attillati che esibivano le curve dei glutei, la grossezza delle cosce e le forre pelviche. Erano tutti in mostra. Ma solo per pochi cortigiani. Non avevano l’occhio dei mass media su di sé. Oggi invece il potente deve difendersi, ripararsi: ecco perché l’armatura del Loden. Forse non c’è nulla di cui vergognarsi, lì sotto. Ma noi non possiamo saperlo. Perché non possiamo vederlo.
Alfa e Karma siedono al tavolo, nella stanza. Sulla parete alle spalle di Alfa è appesa una cartina dell’Italia. Sulla parete opposta, alle spalle di Karma, è appesa una bandiera dell’Italia. Sul tavolo c’è un paio di forbici. In un angolo della stanza c’è una stufa di ghisa spenta.
Karma – H. è un avvocato. Suo figlio, anche lui un avvocato, dice di sentirsi felice solo quando gioca a tennis.
Alfa – Così come M., anche suo figlio è un giornalista. Scrive di cronaca ma la sua passione sono gli esteri, ed è contento solo quando viaggia.
Karma – Il figlio di G. è metalmeccanico, non diversamente dal padre. Ma lavora per un’azienda che lavora per un’azienda che lavora per un’altra azienda, e ha uno strano contratto. Inoltre avrebbe preferito studiare. Non credo che sia felice.
Alfa – L. è professore universitario. C., la moglie di L., è professoressa universitaria. Hanno due figli, professori universitari. Nessuno di loro ama la vita di facoltà, dove “ogni giorno – dice L. – tutti fanno la guerra a tutti”.
Karma – Ma per L., sua moglie e i suoi figli un mestiere fuori dell’università sarebbe disonorevole.
Alfa – Esatto. Disonorevole e disprezzabile.
Karma – B. è disoccupata e non ha mai cercato lavoro. Anche la madre di B., da sempre disoccupata, non ha mai cercato lavoro. B. e la madre guardano molta televisione.
Alfa – Lo so, per ore e ore.
Karma – E qualche volta la notte piangono, ognuna nella sua stanza.
Alfa – Io le ho sentite ridere. F. invece sta con la camorra, e suo padre stava con la camorra, e suo nonno pure. F., però, è più contento se va su internet e pubblica video e foto di alberi, ed è meno contento di sparare e mettere paura.
Karma – N. è figlio di K., che quarant’anni fa stava nelle Br. Si dice che anche N. sia accusato di stare nelle Br, e l’hanno arrestato. Continua a leggere “Dialogo sui figli d’arte” →
Alfa incontra per strada lo smemorato e lo riconosce. Quello gli fa un cenno e lui si ferma. Iniziano a parlare.
Lo smemorato – Mi sono perduto. Potresti aiutarmi?
Alfa – Non conosci questa città?
Lo smemorato – Non lo so. Non ricordo più nulla.
Alfa – Non sai chi sei?
Lo smemorato – No!
Alfa – Non ricordi niente di quello che hai fatto?
Lo smemorato – No!
Alfa – Meglio così.
Lo smemorato – Che vuoi dire? Tu mi conosci?
Alfa – Sì, ti conosco bene. Hai fatto parte della mia vita per molti anni. In quello che facevi non c’era nulla che mi piacesse.
Lo smemorato – Di cosa mi occupavo? Ero una persona importante?
Alfa – Sì. E lo sei ancora. Pensavi molto a te stesso, ma facevi finta che ci riguardasse. E avevi ragione, perché le tue azioni scombussolavano le vite di tutti. Prendevi anche decisioni nell’“interesse generale”, diciamo così. Ma nemmeno quelle mi piacevano.

Lo smemorato – E come reagivi?
Alfa – Mi arrabbiavo. Poi un giorno ho deciso di fare finta che non esistessi. Se ad esempio proclamavi che bisognava dialogare e costruire assieme il futuro, ti ignoravo. Se gli altri scendevano in piazza contro di te, non ci andavo. Se tu dicevi verde, io pensavo al bianco. E se dicevi azzurro, pensavo al rosso.
Lo smemorato – E funzionava?
Alfa – Poco. Il problema eri tu. Anche se ti ignoravo, continuavi ad agire. L’averti dimenticato non ti impediva di rovinarmi la vita. In realtà era difficile dimenticarti.
Lo smemorato – Allora che hai fatto? Continua a leggere “Dialogo con lo smemorato” →