Aurora Maturáno racconta la sua storia – incipit


Questa notte – sfidando il graffio dei tacchi, l’astuzia delle guardie, i versi dei gatti, i sogni dei neonati, il fischio della mangrovia, il russamento del padre, l’occhio dei pappagalli, la paura del ventre, il vocio delle ossa, le incertezze delle dita, i sopralluoghi dell’udito, i suoi refusi, gli abbagli della vista, le trappole del buio – ho riempito il sacco, infilai un vestito dopo l’altro, scarpe e mutande, ingannai le pareti, aggirai i mobili, non accondiscesi alla porta, le scale me le bevvi come acqua tiepida, malmenai i corridoi, schiaffeggiai il salone, sculacciai la veranda, presi a pugni il portico. Tutto in silenzio e nel giro di uno spavento ero fuori di casa. Addio prepotere paterno, onnipotere, tuttopotere, conformismo dei fratelli, mestizia della madre, sottomissione dei servi: ho sistemato il sacco sulle spalle, ho messo in fila le gambe e presi la strada del giardino che poi divenne il passaggio nel parco, poi il cammino nella valle, poi il sentiero del bosco e la salita sulla collina nel garbuglio di jacarande, sotto rami-fisarmonica di araucaria, carezzata da pindo, ceibe e felci, su radici di magnolia, resti di guayabo, cuscini di aloe.

Arrivai di corsa ad Agudo. Lasciai indietro la chiesa e il municipio, la piazza centrale, il mercato, gli agrumeti e i canneti, il quartiere degli operai, il dormitorio dei coltivatori. Ho raggiunto la stazione, fascio il volto in un fazzoletto, indosso gli occhiali da sole perché nessuno mi riconosca, compro il biglietto, mi accuccio sui gradini e aspetto la corriera. Nell’attesa ho pensato a mio padre….

(Alemania, settembre 1965)

Il segreto di Joseph Conrad

Londra, 15/10/1925

All’attenzione di Mrs. J. Gidford, National Central Library

Gentile signora,

Può riporre la più completa fiducia nella persona che le consegna questa lettera, Davide Orecchio, che invio in “missione” tra le carte di Joseph Conrad, da Lei recentemente acquisite per conto della biblioteca e adesso scrupolosamente accudite, nel tentativo di venire a capo di un caso la cui soluzione Mr. Orecchio, non a torto, ritiene celarsi tra le pagine del manoscritto originale del romanzo Nostromo.

Una donna è scomparsa, Mrs. Gidford, e da più di un mese!, lasciando la sola traccia di un libro squadernato; per l’appunto un’edizione di Nostromo.

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Ricetta della scrittura*

Le mie idee nascono dall’ozio. Meglio se contemplando il mare; spesso nel fare colazione. Ottime idee possono venire al tramonto o anche sotto un cielo stellato, di notte. Buone idee vengono in cucina, alle prese semmai con un soffritto. Cosa conta? Avere la mente sgombra, presa tutt’al più da un compito manuale. Prima de (e indispensabile per) l’idea: leggere gli altri, ascoltare gli altri, osservare gli altri. L’idea è una specie di chicco di mais: devi cuocerla perché cresca in pop corn. A volte arriva camuffata, ossia sotto forma di progetto fuorviante. Ci vuole tempo per (capire di) indirizzarla verso la forma/progetto/libro.

La raccolta del materiale non ha regole, perché dipende dal progetto: ce ne sono che richiedono mesi tra libri e biblioteche. E ce ne sono che richiedono giusto l’idea e la disposizione a raccontarla.

La prima stesura dura almeno due anni. Almeno. Ogni notte si scrive un po’ (perché di giorno si lavora). Col word processor la scrittura, anche in prima fase, è diventata una scultura: ogni frase può essere riletta, riscritta, cresce in piccole e graduali incisioni.  Bisogna sapere dove si va, ma ogni digressione è un mistero, un’incognita, e come riempi quel sapere dove si va è un miracolo (se il lavoro funziona) altrimenti detto pagina. Pagina dopo pagina, in accumulazione. Durante il giorno possono venire spunti (altre idee): nell’era del cloud e della sincronia file si aggiungono facilmente al PROGETTO. Poi, nelle ore piccole, arrivano alla pagina.

Finisce la prima stesura e inizia la prima rilettura e riscrittura. Tagliare, aggiungere, lavorare sullo stile, soprattutto sul lessico. Emarginare le superficialità, per quanto possibile e quanto basta. Ma la memoria dello scritto è ancora fresca, non c’è distanza.

Per il distacco serve tempo, quanto basta. Almeno un anno (meglio due). Mesi per dimenticare cosa si è scritto, separarsene. Vietato riprenderlo in mano. Fare come se non esistesse. Come il vino che fermenta nella botte.

La seconda rilettura e riscrittura è decisiva. Tornare al testo, ma in freschezza. A volte è come leggerlo per la prima volta. Vuol dire che il distacco è servito. Solo adesso si capisce se il testo funziona oppure no, e quanto e come occorre riscriverlo. E se matura in un libro o resta solo un progetto, un’idea abortita. Occorre severità quanto basta, quella che il mondo fuori, altrimenti prodigo di indifferenza, non sempre riserverà al testo. La severità è la forma più alta di generosità.

* Nella mia cucina, in quella degli altri non so.

Ultimo incontro con Patrice Vuillarde, vero ispiratore delle biografie infedeli

Senza Patrice Vuillarde (1920-2007) non avrei mai scritto Città distrutte. Me ne suggerì l’idea molti anni fa, poco prima di morire, durante il suo ultimo soggiorno romano e al termine di un seminario che tenne col solo equilibrismo (e la forza) della mente, lasciando che l’uditorio intuisse parole che le sue labbra essiccate appena esalavano e cogliesse lampi d’ironia negli occhi che il filosofo francese proteggeva sotto le palpebre testudinate.

Durante una pausa catturai la sua attenzione. Non ricordo l’innesco del nostro colloquio, secondario come ogni stratagemma. Ma il tema sì. Parlammo della vita e del modo per rappresentarla. Gli esposi un mio progetto di compendio biografico insieme ai dubbi che gli stavano appesi come alghe alla chiglia. La replica di Vuillarde si calò dal tetto di un sussurro e gli sopravvive in un appunto, ora che lui è ossa in una prigione di terra:

 «Ogni vita merita di essere raccontata, ma porta con sé un garbuglio di fascino e prosaicità dove l’avvincente è annodato al prolisso e districarli è impossibile. Eppure un biografo ha il dovere di esporre cause ed effetti senza trascurare alcun innesco e non un solo strascico. Così le opere si dimostrano scientifiche. Ma è altrettanto certa l’apparizione di pagine noiose. L’autore non potrà sottrarsi a parentesi prive di dramma e buone solo per gli sbadigli. Quello che ho descritto non deve interessarti. Scansa l’ostacolo. Racconta ibridi. Se vuoi mostrare la verità, illustra menzogne».

Il saggio Vuillarde consigliava usurpatori, furti, vicende prese in prestito. Avrebbero messo al mondo figli, scritto libri, pianto morti. Ma il loro destino era di restare falsi – suggeriva il filosofo –, ombre staccate dai corpi di uomini e donne che avevano vissuto davvero, mica per scherzo; e di giocare, scappare, deformarli.

Gli chiesi: «Professore, un calco è diverso dalla sua matrice?».

Rispose: «Molto e poco, dipende. Nel caso del tuo lavoro, sì».

R.I.P.