Il 22 ottobre scorso sono stato ospite delle attività organizzate in Slovenia per la XVIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. È stata l’occasione per tenere un intervento intitolato Storie infedeli. Tradire il passato per raccontarlo. L’incontro è stato co-organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Dipartimento di Lingue Romanze (sezione di Italianistica) della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lubiana.
Per circa un’ora ho parlato di un tema che mi sta a cuore, e mi pare pure sintomatico. Il rapporto, sempre più urgente, tra scrittori e storia. E il rapporto tra scrittori e storici. Le nostre infedeltà consapevoli e inconsapevoli, la nostra acribia comunque imperfetta – perché uno scrittore non sarà mai uno storico -, insomma i nostri metodi autodidatti quali rischi comportano? In altre parole, siamo all’altezza della storia con la quale ci misuriamo? Stiamo dando un contributo utile, al di là del nostro manifestarci, per dirla con le parole di Daniele Giglioli, in quanto sintomi?
Resuscitando il ‘novecentodiciassette, Orecchio resuscita quella parte di noi perduta nel disinteresse, restituisce il diritto di parola a quel coro-mondo che annichilito dalla voce dei potenti, può e deve tornare a interrogarsi sul mondo.
La linea rossa che lega i finalisti di quest’anno sembra essere l’invenzione del passato come chiave per sopravvivere al presente, o quantomeno per comprenderlo.
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Non smettiamo di misurarci con la storia. Non è una novità, ma perché dura e cresce questa ostinazione? Le ragioni sono molte: in letteratura, quasi una per ogni autore, e altrettante per ogni lettore. Lo Straniero le illustrò qualche anno fa in un’inchiesta curata da Goffredo Fofi e dal compianto Alessandro Leogrande. Qui, un po’ rozzamente (ma spero di tornarci sopra in futuro), mi sento di escludere un intento polemico verso la storiografia. Ossia nessuno di noi può rivendicare il recupero o l’invenzione, alla Schwob, di esistenze individuali trascurate dalla storia che bada solo ai grandi eventi, alla politica. Perché, se siamo figli di Schwob e Borges, lo siamo anche di quella rivoluzione storiografica che ha portato nelle nostre letture, nella nostra coscienza storica, i benandanti e le streghe, gli eretici, gli sconfitti, la dimensione sociale e la microstoria. Siamo dunque anche figli di Ginzburg e Hobsbawm e Bloch.
Ma c’è una cosa che ci distingue, mi sembra, dal secolo scorso: noi abbiamo ridotto la verticalità temporale, misuriamo meno il distacco tra il presente e il passato, i tempi della storia coabitano quasi simultaneamente nelle nostre coscienze nutrite di immagini, parole, spettacolo, forme, cinema, televisione, multimedialità. E’ un tema che non riguarda solo la letteratura, ma proprio la vita. Siamo l’esito culturale di una presentificazione che impone il peso fortissimo della storia sulle nostre spalle. La storia ci è sempre presente, non ci lascia mai. Le distanze sono annullate. Non è più l’eterno ritorno, il tempo ciclico, l’eterogeneità dei tempi. Non è Löwith. E’ un tempo storico unico che è il presente e il passato, forse anche il futuro. Dalla lista di Schindler ai pellegrinaggi nello spazio e nel tempo di Sebald, dall’intrattenimento di Hollywood ai più ponderosi volumi, ci siamo evoluti (o involuti) in creature nelle quali esulcera l’immaginazione storica in ogni sua forma sentimentale o intellettuale: sofferenza, empatia, gioia, riscatto.
Poniamo le necessarie e orientative questioni esistenziali, politiche, autobiografiche al passato non più col rispetto agnatizio del Lei o del Voi che si deve al pater familias, ma col Tu di fratelli e sorelle, di compagni di strada.
L’ultima transizione digitale ci ha dato la spinta definitiva. In un tweet, o da un archivio multimediale, può apparirci qui e ora la foto di un cane in trincea, e che indossa la maschera antifosgene, a Verdun o chissà dove nella Grande Guerra. Le rughe sulla pellicola che un tempo ci avrebbero dato coscienza del tempo, oggi sono il filtro per Instagram. Anche qui la tecnica finisce col rendere tutto presente. Anzi non esistono quasi più i tempi. Esistono i modi. “In che modo vuoi vedere? Vuoi guardare in tinta seppia o anni ’70? Vuoi percepire col filtro noir o grunge?”. Il digitale presente continuo è spesso un attentato alla cognizione dei lassi, non tollera che noi si colga neppure la decomposizione della materia. Questa modi-ficazione è affascinante, è estetica, è emozionante, consente una vicinanza al passato che nessuno ha avuto prima di noi, ma può indurre a un’ignoranza delle cronologie, delle cause e degli effetti, perché ci crea un deposito spotify di secoli e storia senza sintassi, senza ragionamento.
Tutto ciò non sminuisce la questione, anzi è iperreale, è CGI, è realtà aumentata. Rispetto alle donne e agli uomini che ci hanno messo al mondo, e a chi mise loro al mondo, ci orientiamo nel divenire in modo simultaneo, nuovo, rivoluzionario: ma, quanto più sentiamo il passato vicino e presente, tanto più insistiamo nell’interrogarlo, drogati e stupefatti da questa sostanza che ci permea e vivifica: la storia. Tuttavia senza bussole né assi cartesiani, senza un’architettura e ossatura che dia forma e grammatica alle nostre domande, ogni nostro “perché” rischia di essere inutile in quanto mal posto, e di ricevere in replica solo “falsi amici”. E noi crederemo di avere capito, ma non avremo capito.
Seguo il lavoro di Helena Janeczek da Lezioni di tenebra e dalle Rondini di Montecassino. Ammiro la sua capacità di interrogare il passato, la storia degli altri e la propria, l’autobiografia familiare e le vicissitudini di donne e uomini “che non siamo noi”, con una forza calma e salda.
Non sono solo bravura e talento. C’è anche un dominio psicologico, direi spirituale, del tempo. Helena sa affrontare la storia senza spaventarsi. Le tiene testa. È coraggiosa. Credo sia una sua dote naturale. Ma non escludo che le sia costato anche un esercizio, un’ostinazione, un farsi forza per essere forte.
Il risultato, ad ogni modo, è straordinario. Mentre leggevo il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica, restavo colpito dalla lentezza sensuale della sua scrittura, dalla capacità di fermarsi al fianco di Gerda, Robert, Ruth, Willy e Georg, di osservarli, ascoltarli, mostrarli prendendo tutto il tempo che serve, senza fretta, senza accelerare, oscillando come un pendolo tra le epoche e le decadi, disconnettendo e riconnettendo il presente e il passato della narrazione, senza paura del tempo. Così nascevano pagine che al contrario e di conseguenza, in me che leggevo, accrescevano il desiderio di andare avanti, di leggere ancora, senza fermarmi, senza paura del tempo.
Ero ammirato e mi dicevo che dev’essere bello sapere e poter raccontare in uno stato di adagio permanente, così com’è riuscito a lei.
Conoscevo gli anni di ricerca e di studio dedicati da Helena Janeczek a questa storia, l’immersione negli archivi del passato, l’inseguimento di valige messicane, la caccia a una ragazza mitica e sfuggente, morta troppo giovane nella prima guerra tra il fascismo e il nazismo da una parte, e l’antifascismo dall’altra.
Insomma attendevo questo libro da molto, ed ero (sono) anche grato a Helena di aver aperto un dialogo comune su storia e racconto, un confronto reciproco sul modo in cui un narratore può rivolgersi al passato, farlo parlare, sulle questioni etiche ed estetiche che deve porsi prima di affrontare vite non d’invenzione, accadimenti non d’immaginazione, pur non rinunciando a immaginare, inventare, fantasticare.
Sono contento perché (forse ovviamente, forse banalmente), nel mio lavoro cerco la stima delle persone che stimo, e se questa non viene, vuol dire che ho lavorato male, che potevo fare meglio; ma se accade il contrario…
Ma, nel corso di una presentazione romana del suo romanzo, ho sentito dire a Helena qualcosa come “ora basta” (vado a memoria). Nel senso di: basta scrivere di ieri, basta frugare nella storia, basta rompersi le ossa e il cervello in narrazioni archeologiche.
Forse è il momento di tornare al presente, mi pareva di capire dalla battuta di Helena. Se era questo che intendeva, non posso darle torto. Anche se per me è molto, molto, molto difficile lasciare il passato. Almeno per un poco ancora.
Ho fatto una piccola visita (incompleta e parziale) ai luoghi di Roma nell’occupazione nazista e nella Resistenza. Non tutti i luoghi. Quelli che ho potuto raggiungere e fotografare (altre foto le ho ricevute da amici). Il mio Virgilio è stata questa guida: Anthony Majanlahti e Amedeo Osti Guerrazzi, Roma occupata 1943-1944, il Saggiatore 2010; insieme ad altri testi che citerò di volta in volta. La visita è divisa in 25 tappe. Una più dolorosa dell’altra. Una più necessaria dell’altra.