«Mio padre la rivoluzione» va in ristampa

Cattive notizie. Mio padre la rivoluzione (minimum fax) va in ristampa. Qualcuno se lo dovrà ricomprare.

Due is megl che one.

Il libro continua a sollevare curiosità, e mi fa piacere. Qui sotto riporto giusto uno stralcio da un’intervista che mi hanno fatto i redattori di Focus In, rivista curata da italiani espatriati a Parigi:

«Nel bel capitolo con protagonista Gianni Rodari il tono si fa più dolce, più leggero, quasi nostalgico, commuove il poeta che si salva grazie ad una favola. Come ti è venuta l’idea di dare a Rodari comunista in terra sovietica questo bel ruolo?»

«Il racconto Il poeta sul Volga è stato un dono degli archivi. Non avevo alcuna intenzione di scriverlo. Mi chiedevo come scrivere di Lenin e non avevo ancora deciso nulla. Frequentavo l’archivio della Fondazione Gramsci a Roma per un’altra ricerca, parallela ai lavori preparatori per Mio padre la rivoluzione, e mi imbattei in un fascicolo sulle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin (1870-1970). C’era un opuscolo del Pcus che conteneva istruzioni per tutti i partiti comunisti mondiali e chiedeva tra l’altro che inviassero giornalisti, scrittori e via elencando in Unione Sovietica per raccontare la storia, o più precisamente il mito di Lenin. In quegli stessi giorni – poco prima o poco dopo, non ricordo – trovai su «Paese Sera» del 1969 un reportage in quattro puntate firmato da Gianni Rodari. Era un viaggio nei luoghi di Vladimir Il´ič Ul´janov, e nel tempo della sua infanzia: la casa paterna, quella del nonno, le stanze da letto, i giochi, gli indumenti. Folgorazione, direi. Il racconto era già nelle carte dell’archivio e dell’emeroteca. Non restava che scriverlo».

Mentre qui sono diventato il personaggio di un racconto/recensione, scritto da Danilo Zagaria:

«Capita, a volte, che un autore s’intrufoli in magazzini poco sorvegliati o in sotterranei farmaceutici, e da lì rubi agenti teratogeni, flaconi che se svuotati possono indurre la materia a mutare, a sviluppare in modo anomalo vaste regioni di corpi, di narrazioni, di storie. Capita anche che, tale autore, utilizzi la sostanza mutagena per raggiungere un preciso obiettivo: ingrossare e deformare per osservare meglio, alterare e ricombinare per poter comparare e confrontare, trasformare il materiale per riuscire a stregare, attraverso la sempiterna fascinazione che il mostruoso suscita in chi lo scruta, il lettore».

Prosegue su Crapula Club.

Segnalo anche un’intervista a cura di Serena Granata, su Bergamo News, uscita in occasione delle iniziative del Premio Bergamo.

Due libri che ho letto

Di recente ho letto due libri diversamente notevoli.

Il primo, in ordine di tempo (di lettura), l’ha scritto Riccardo Staglianò: Lavoretti (Einaudi). Su sharing economy, Uber e algoritmi.  A me sembra che, libro dopo libro, articolo dopo articolo, Staglianò stia facendo un lavoro davvero ammirevole e unico, perché parte da una consapevolezza, studio, sapere che altri giornalisti dei grandi media non hanno, salvo poche eccezioni. Gli ho inviato alcune domande, e ho pubblicato la nostra conversazione su Rassegna.it:

«Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di Lavoretti, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del Venerdì di Repubblica, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro. La sedicente sharing economy (economia della condivisione), foraggiata da piattaforme digitali e social media, elevata a mito e propaganda di vita negli anni dieci di questo secolo, altro non sarebbe che un sistema di redistribuzione di mansioni diminuite – “lavoretti” appunto – frantumate nel reddito, nella prestazione e nelle tutele. Un bel disastro, si direbbe, a scorrere i capitoli di questo saggio importante che ricostruisce le vicende dei protagonisti della storia, da Uber a Airbnb, passando per app e startup varie, alternandole ad analisi di lunga durata sulle ragioni economiche che dall’ultima parte del secolo scorso a oggi hanno determinato la situazione presente. Reportage, grido d’allarme, storia e riflessione, proposte concrete per uscire dall’imbroglio: è quanto troverete nell’opera. La conclusione (ultime pagine) può sembrare amara: “Non c’è più il futuro di una volta”. Ma Staglianò non rinuncia a sperare che un giorno la piattaforma comprenderà che il miglior lavoratore è il “lavoratore felice”. L’autore di Lavoretti ha accettato di conversare con noi intorno ai temi del libro».

Qui le domande e le risposte.

Il secondo libro è Giusto terrore di Alessandro Gazoia, pubblicato dal Saggiatore. Ho buttato giù alcune impressioni nello spazio web Extra dell’editore:

«Era prevedibile che, con Giusto terrore, Alessandro Gazoia ci offrisse un libro molto intelligente. Meno prevedibile era che questo saggio in forma di romanzo, o romanzo non fiction – ma è inutile cercare una definizione esatta perché si tratta di un’opera unica e quindi inclassificabile – esponesse il tema dei terrorismi, in una fitta rete di parentele e analogie che si estende dalle Brigate Rosse fino all’attuale estremismo di matrice islamica, recuperando e attualizzando la tradizione illuministica del conte philosophique.

Cosa significa? Provo a spiegarmi. I molteplici materiali del libro, le linee narrative e le riflessioni, le suggestioni, i dialoghi, le scene, i paesaggi, le storie passate e presenti, le geometrie della sua prosa, tutto, ma proprio tutto, ha una natura intimamente, consapevolmente “critica”. Gazoia ha un’inclinazione smagliante per il ragionamento, per la scrittura saggistica, ma in Giusto terrore piega le proprie qualità, o meglio le offre a un’intenzione letteraria che, però, si discosta anni luce dai modelli vigenti. È importante che un intellettuale italiano “entri” nel campo della narrativa, seminato a monocoltura di storytelling tecnico frammisto a vitalismo non riflessivo, decidendo di lavorare in modo diverso…

Prosegue sul sito del Saggiatore

 

(Immagine di copertina di Geralt)

Non sembra ma sono a buon punto #2

Entro nell’ottavo mese dall’inizio, e me ne mancano molti di più per arrivare alla fine. Eppure, anche se non sembra, sono a buon punto.

Nel racconto di una vita e di un secolo.

Ho sentito dire a Spielberg in un documentario che lui dà il meglio di sé quando si trova in un angolo, con le spalle al muro.

E se facessi del suo metodo un insegnamento?
(Bisogna ispirarsi a quelli bravi, altrimenti è inutile ispirarsi)

Quando sei con le spalle al muro, prova a salvarti.

Perché qui tutto è stato detto, testimoniato, scritto, raccontato.

Ma questo è un viaggio a piedi.

Non sono consentiti sorvoli.

Poco fa mi sono sorpreso a pensare: finora non hai potuto scrivere un rigo senza attingere alla storia, e alle memorie altrui, perché dovevi esporre epoche e luoghi (in quelle epoche) che non hai conosciuto. Ma più avanti, quando il tempo del racconto si farà più vicino, non avrai più bisogno di fonti per dire quel tempo, la città, gli esseri umani.

Potrai sfruttare la tua stessa memoria.

L’orizzonte della storia

Non smettiamo di misurarci con la storia. Non è una novità, ma perché dura e cresce questa ostinazione?

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In un bell’articolo pubblicato su La letteratura e noi Chiara Fenoglio scrive, sul conto di Mio padre la rivoluzione:

Resuscitando il ‘novecentodiciassette, Orecchio resuscita quella parte di noi perduta nel disinteresse, restituisce il diritto di parola a quel coro-mondo che annichilito dalla voce dei potenti, può e deve tornare a interrogarsi sul mondo.

Rapporto con la storia, col tempo, col passato: lo rileva anche Giacomo Raccis, su La Balena Bianca, nel suo resoconto delle cinque opere finaliste al Premio Bergamo 2018, quando scrive:

La linea rossa che lega i finalisti di quest’anno sembra essere l’invenzione del passato come chiave per sopravvivere al presente, o quantomeno per comprenderlo.

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Non smettiamo di misurarci con la storia. Non è una novità, ma perché dura e cresce questa ostinazione? Le ragioni sono molte: in letteratura, quasi una per ogni autore, e altrettante per ogni lettore. Lo Straniero le illustrò qualche anno fa in un’inchiesta curata da Goffredo Fofi e dal compianto Alessandro Leogrande. Qui, un po’ rozzamente (ma spero di tornarci sopra in futuro), mi sento di escludere un intento polemico verso la storiografia. Ossia nessuno di noi può rivendicare il recupero o l’invenzione, alla Schwob, di esistenze individuali trascurate dalla storia che bada solo ai grandi eventi, alla politica. Perché, se siamo figli di Schwob e Borges, lo siamo anche di quella rivoluzione storiografica che ha portato nelle nostre letture, nella nostra coscienza storica, i benandanti e le streghe, gli eretici, gli sconfitti, la dimensione sociale e la microstoria. Siamo dunque anche figli di Ginzburg e Hobsbawm e Bloch.

Ma c’è una cosa che ci distingue, mi sembra, dal secolo scorso: noi abbiamo ridotto la verticalità temporale, misuriamo meno il distacco tra il presente e il passato, i tempi della storia coabitano quasi simultaneamente nelle nostre coscienze nutrite di immagini, parole, spettacolo, forme, cinema, televisione, multimedialità. E’ un tema che non riguarda solo la letteratura, ma proprio la vita. Siamo l’esito culturale di una presentificazione che impone il peso fortissimo della storia sulle nostre spalle. La storia ci è sempre presente, non ci lascia mai. Le distanze sono annullate. Non è più l’eterno ritorno, il tempo ciclico, l’eterogeneità dei tempi. Non è Löwith. E’ un tempo storico unico che è il presente e il passato, forse anche il futuro. Dalla lista di Schindler ai pellegrinaggi nello spazio e nel tempo di Sebald, dall’intrattenimento di Hollywood ai più ponderosi volumi, ci siamo evoluti (o involuti) in creature nelle quali esulcera l’immaginazione storica in ogni sua forma sentimentale o intellettuale: sofferenza, empatia, gioia, riscatto.

Poniamo le necessarie e orientative questioni esistenziali, politiche, autobiografiche al passato non più col rispetto agnatizio del Lei o del Voi che si deve al pater familias, ma col Tu di fratelli e sorelle, di compagni di strada.

Cane con maschera anti-gas. Da Internet Archive Book Images, http://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages

L’ultima transizione digitale ci ha dato la spinta definitiva. In un tweet, o da un archivio multimediale, può apparirci qui e ora la foto di un cane in trincea, e che indossa la maschera antifosgene, a Verdun o chissà dove nella Grande Guerra. Le rughe sulla pellicola che un tempo ci avrebbero dato coscienza del tempo, oggi sono il filtro per Instagram. Anche qui la tecnica finisce col rendere tutto presente. Anzi non esistono quasi più i tempi. Esistono i modi. “In che modo vuoi vedere? Vuoi guardare in tinta seppia o anni ’70? Vuoi percepire col filtro noir o grunge?”. Il digitale presente continuo è spesso un attentato alla cognizione dei lassi, non tollera che noi si colga neppure la decomposizione della materia. Questa modi-ficazione è affascinante, è estetica, è emozionante, consente una vicinanza al passato che nessuno ha avuto prima di noi, ma può indurre a un’ignoranza delle cronologie, delle cause e degli effetti, perché ci crea un deposito spotify di secoli e storia senza sintassi, senza ragionamento.

Tutto ciò non sminuisce la questione, anzi è iperreale, è CGI, è realtà aumentata. Rispetto alle donne e agli uomini che ci hanno messo al mondo, e a chi mise loro al mondo, ci orientiamo nel divenire in modo simultaneo, nuovo, rivoluzionario: ma, quanto più sentiamo il passato vicino e presente, tanto più insistiamo nell’interrogarlo, drogati e stupefatti da questa sostanza che ci permea e vivifica: la storia. Tuttavia senza bussole né assi cartesiani, senza un’architettura e ossatura che dia forma e grammatica alle nostre domande, ogni nostro “perché” rischia di essere inutile in quanto mal posto, e di ricevere in replica solo “falsi amici”. E noi crederemo di avere capito, ma non avremo capito.