Il difetto dei racconti trockisti

Il difetto dei racconti trockisti è che vengono più lunghi del previsto. Il primo racconto trockista doveva essere di 20mila battute, ma arrivò a 60mila. Il secondo racconto trockista doveva essere uno scherzo da 10mila battute, ma arrivò a 61mila. Credo dipenda dalla presunzione di permanenza, di essere continue e ininterrotte, che hanno direi un po’ tutte le iniziative trockiste (spazi inclusi). Nella ragione pragmatica questo consegue in racconti lunghi ma forse non permanenti, l’ennesima sconfitta del trockismo.

Spero che nella Roma di Virginia Raggi la vita di un estensore negletto (NON TROCKISTA) di racconti negletti trockisti possa proseguire. Non vorrei passare da una potenziale permanenza a una dissolvenza concreta.

Ora, il trockismo non interessa più a nessuno. Nessun -ismo interessa più a nessuno fra gli uomini, che si dedicano oggi a culti più antichi, riscoperti, o al Pantheon della tecnologia. Forse il trockismo potrebbe avere speranza fra i topi. Questi roditori del resto sono entristi da sempre. Una moltitudine trockista di topi resusciterebbe forse la IV internazionale, allargando alleanze e utopie e speranze oltre le fogne urbane e statuali, nel più vasto recinto del mondo globale. Ma dovrebbe poi fare i conti con un’armata e Lega invincibile, quella tra gli uomini (signori dello sterminio), i gatti (anarchici, apolitici, feroci coi topi) e i cani (da sempre destra sociale, obbedire e combattere, se avanzo seguitemi).

Quindi la morale è che il trockismo, che riguardi gli uomini o i topi, è sempre sconfitto. E questo un estensore di racconti trockisti deve tenerlo presente, anzi permanente.

Nelle foto, la presentazione di Mio padre la rivoluzione alla libreria Mondadori di Campobasso, con Adelchi Battista. Ospiti di un giovane libraio coltissimo, bravissimo e gentile: Donato Porcarelli.

Le montagne russe

E’ stata la settimana dell’ottovolante per Mio padre la rivoluzione e il mio lavoro. La prima giostra del Luna Park si chiama Tre racconti, un sito dedicato a storie brevi e voci nuove dove Simone Giulitti ha recensito MPLR con queste parole:

«La commistione tra storia e letteratura è (...) la cifra stilistica che contraddistingue Davide Orecchio. Una volta aperto il libro non ci troviamo davanti a “semplici” storie di fantasia, non solo, ma prendendo le mosse da personaggi storici realmente esistiti e fatti realmente avvenuti Orecchio inizia il suo percorso, che lo porta a esplorare con l’occhio del narratore gli avvenimenti della storia contemporanea recente».

IL SEGUITO QUI

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Il secondo gioco l’ho scoperto su Le parole e le cose, dove ho appreso di una «giornata di studi Racconti di una vita. La narrazione biografica breve nella tradizione contemporanea». Si è tenuta il 30 ottobre «all’interno del Seminario sul racconto organizzato da Nunzia Palmieri, Giacomo Raccis e Damiano Sinfonico all’Università di Bergamo. Questa iniziativa arriva al suo terzo appuntamento dopo le giornate del 2015 (Racconto italiano contemporaneo: percorsi, forme e letture) e del 2016 (Genealogie del racconto contemporaneo). Proseguendo nel tentativo di mappare il racconto in quanto genere e specifico “modo” della narrazione, questa giornata proverà ad affrontare la narrazione breve a partire da uno spunto tematico: il racconto biografico».

I lavori si sono svolti su questi temi e con questi relatori:

Non mi dispiacerebbe sapere cos’hanno detto :-)

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Poi sono entrato nel tunnel della morte con Vittorio Giacopini che, sul Venerdì di Repubblica, a proposito di MPLR argomenta: «Orecchio non riesce a sottrarsi alla voga di glamourizzare il passato, depotenziandolo (…) scrive bene, anzi troppo bene, ma come la moglie di Lot quando si volge di spalle resta di sale».

 

Gulp :-(

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Ma il biglietto mi dava diritto a due giri ancora.

Il primo l’ho fatto su LuciaLibri, dove Giulio Passerini consiglia i suoi sette libri per l’autunno, e tra questi c’è pure MPLR:

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Infine sono uscito a riveder le stelle sulla ruota panoramica di Internazionale che, dopo le lusinghiere recensioni di Frederika Randall e Goffredo Fofi, ha citato una terza volta MPLR inserendolo tra i consigli della redazione.

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Poi le giostre si sono fermate, le luci si sono spente, sono tornato a casa, ho mangiato un piatto di pasta al pomodoro con la mia compagna, ho visto un vecchio film con Bill Murray e ho proseguito la lettura di Margaret Atwood (The Handmaid’s Tale).

the end ...............................................................................

Cristina Taglietti (Corriere della Sera) su Mio padre la rivoluzione

Sulla Lettura/Corriere della Sera del 28 ottobre Cristina Taglietti racconta Mio padre la rivoluzione con queste parole:

«Orecchio lavora sulla lingua e sulle immagini per strappare i protagonisti dal piano strettamente cronologico e proiettarli in un eterno presente che non ha nulla di nostalgico. Il senso della complessità della storia è reso proprio dalla coesistenza di fatti e di invenzioni, di verità e di menzogna. Crea una sorta di vertigine precipitare in queste dodici storie».

(foto minimum fax – LINK ALL’IMMAGINE)

Goffredo Fofi su Mio padre la rivoluzione

Internazionale (27 ottobre 2017) pubblica una splendida recensione di Goffredo Fofi a Mio padre la rivoluzione. La riporto qui di seguito:

«A cent’anni dalla rivoluzione d’ottobre, ecco un libro che scava nella sua storia, nella sua necessità e nelle sue aberrazioni. Orecchio (autore di Città distrutte e Stati di grazia) applica il suo talento e la sua ostinazione di letterato esigente a una storia che oggi ci sembra lontanissima, dopo la nuova mutazione del mondo, ma che ha tragicamente segnato il novecento.

La racconta in dodici capitoli autonomi, attraverso le sue figure centrali, Lenin, Trockij, Stalin, i loro oppositori, le loro ascese e cadute, le loro vittime. La rivoluzione ha divorato se stessa e nonostante le conquiste materiali non ha lasciato un mondo migliore, ma Orecchio immagina che le cose siano andate diversamente. È un nipotino di Borges, che ricostruisce il vero e il veritiero e intreccia mirabilmente (straordinario per perizia il racconto in cui Hitler e Stalin sono uno e due, personaggio bifronte). E arriva al giudizio meglio di uno storico, accorto e accorato, affascinato e disgustato dal gioco del potere, dalla storia. È Rosa Luxemburg a tirare le fila come se la rivoluzione avesse vinto e il sogno dell’uomo nuovo, del mondo nuovo si fosse realizzato.

C’è molto da riflettere da questo eccellente risultato, un “romanzo storico” che colloca Orecchio tra i pochi grandi scrittori di oggi, quelli che oltre a saper scrivere (a fare letteratura) sanno anche studiare, ragionare, capire, confrontarsi, inventare».

(foto di minimum fax, Rossella Innocentini)