I pranzi d’autore di mia madre

A chi possa interessare.

Vent’anni fa, mentre andava morendo, mia madre raccoglieva ricette. Dalle sue carte e dai libri (all’epoca Google non c’era) si spargeva per casa il sapore immaginato – con l’odore – dell’omelette di Tabucchi, del pane all’uvetta di Maupassant, dei krapfen di E.M. Forster. Stanava pietanze da romanzi, memoriali, racconti. Aveva il progetto, mia madre, di un matrimonio; ossia di sposare letteratura e cucina. Mentre moriva. Mentre il primo medico disse: è il mediàstino, di là passa il respiro, la voce, anche il cibo; è l’autostrada del corpo, signora, dove ora il suo tumore cresce. Mentre il secondo medico disse: non è operabile; non è compatibile con la vita, signora, operare. Mentre il terzo medico disse: è curabile (e sorrideva), forse guaribile (senza sorriso).

Mentre moriva. Raccoglieva ricette. Mia madre. Dalle sue carte, dai libri, dagli scaffali di biblioteche romane. Si votava al libro dei Pranzi d’autore. Lei lo chiamava il mio piccolo libro, il mio libro-sfizio di madre avariata. Sapeva bene che aveva fatto di più. Sapeva di correre il rischio della donna/ricette/cucina/cliché. Ma lei che aveva fatto di più, ora aveva bisogno di questo. Mia madre. Mentre andava morendo. Componeva l’indice dei piatti che non avrebbe mangiato né cucinato.

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Zuppa di mais (João Guimarães Rosa, «Corpo di ballo»)

La vita nel sertão brasiliano, che è il vero protagonista dei romanzi e dei racconti di Guimarães Rosa, è povera e rigidamente sottomessa al caos del destino. Il luogo in cui vive Miguilim (protagonista del racconto omonimo) con il padre, la madre, i fratelli e la nonna, è sperduto in un avvallamento fra gli altipiani. Un luogo di siccità e di piogge che durano mesi («Ahi, che posto triste», esclama spesso la madre).

Certo, è sottilissimo il confine che separa la vita della natura da quella degli uomini: i pavimenti sono uguali ai sentieri, i tetti uguali al fogliame degli alberi; e per un taglio al piede, Dito, il fratello di Miguilim, muore di tetano. Miguilim non vede bene e, grazie al dottor José Lourenzo, scopre il miracolo degli occhiali. Ma sarà durissimo seguire poi il dottore in città, per andare un po’ a scuola e imparare un mestiere.

La mamma mette nella borsa di Miguilim gallina con la farofa, per nutrirsi durante il viaggio; e biscotti croccanti. Ma la farofa non sarà buona come quella mangiata tante altre volte; o come quella di cui parlava il bovaro Jé. Né vi sarà, in città, la zuppa di Siarlinda. «Siarlinda era molto buona, fece granturco bollito con latte e formaggio, per Miguilim. Il bovaro Jé verso sera passò di lì, mangiò anche lui granturco col latte».

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ZUPPA DI MAIS, Brasile 1950.
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Ingredienti
6 pannocchie di mais (o una scatola da un chilo)
mezzo litro di brodo
mezzo litro di latte
50 grammi di burro
un cucchiaio di fecola
sale, pepe
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Bollire le pannocchie, sgranare e tritare il mais, unire il latte e passare il tutto. Sciogliere questo amalgama nel brodo e cuocere per 15 minuti. Aggiungere il burro mescolato con la fecola. Condire con sale e pepe, far cuocere ancora per 5-10 minuti, fino a quando il potage è diventato cremoso.

(Da Oretta Bongarzoni, Pranzi d’autore, Editori Riuniti 1994, pp. 56-58).
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Miguilim è pubblicato in Italia da Feltrinelli.


AGGIORNAMENTO, 18/11/2022

Torna in libreria Pranzi d’autore, grazie a minimum fax. Una nuova edizione delle ricette letterarie di Oretta Bongarzoni. Di Pranzi d’autore ho scritto così tanto, su questo sito, che non riesco ad aggiungere altro. Sono felice di avere trovato un editore che lo riproponesse. Voglio solo festeggiare.


Scrittori in tempi di guerra: Scipio Slataper

«Nella mia città facevano dimostrazione per l’università italiana a Trieste. Camminavano a braccetto, a otto a otto; gridavano: viva l’università italiana a Trieste, e strisciavano i piedi per dar noia alle guardie. Allora mi misi anch’io nelle prime file della colonna, e strisciai anch’io i piedi. S’andava cosí giú per l’Acquedotto.

A un tratto la prima fila si fermò e dette indietro. Dal caffè Chiozza marciavano contro noi in doppia, larga fila i gendarmi, baionetta inastata. Marciavano come in piazza d’armi, a gambe rigide, con lunga cadenza, impassibili. Ognuno di noi sentí che nessun ostacolo poteva fermarli. Dovevano andare avanti finché l’Imperatore non avesse detto: halt! Dietro quei gendarmi c’era tutto l’impero austrungarico. C’era la forza che aveva tenuto nel suo pugno il mondo. C’era la volontà d’un’enorme monarchia dalla Polonia alla Grecia, dalla Russia all’Italia. C’era Carlo Quinto e Bismarck. Ognuno di noi sentí questo, e tutti scapparono via interroriti, pallidi, spingendo, urtando, perdendo bastoni e cappelli.

Io rimasi a guardarli con meraviglia. Marciavano dritti avanti, senza sorridere, senza ridere. La gente che scappava era per loro lo stesso che la compatta colonna che marciava per l’università italiana. Io rimasi fermo a guardarli, e fui arrestato. Continua a leggere “Scrittori in tempi di guerra: Scipio Slataper”

Scrittori in tempi di guerra: Alfred Döblin

«Le città renane erano in attesa dei reduci e adornavano le loro vie e i ponti. Padri, fratelli, figli ritornavano. Si voleva festeggiare chi era rimasto in vita, coloro che ritornavano dall’inferno, e festeggiare la fine della guerra. Coloro che avevano sognato grandi gesta di guerra e si aggiravano spauriti, erano lieti che il loro orgoglio, i reggimenti in marcia, i cannoni, i carri armati, le mitragliatrici, le fanfare e le bandiere, presto avrebbero riempito di nuovo le strade. Esisteva ancora la gioia, dunque, e non tutto era perduto. Altri s’attendevano un aiuto per le novità che sopravvenivano, perché non c’era più lo Stato, tutto pareva in dissoluzione, certi giorni pareva d’esser preda di bande brigantesche. Altri ancora attendevano i reduci per la rivoluzione, per la rivoluzione totale.

(…)

In mezzo ai soldati che bivaccavano, nelle scuole, ai posti di ristoro, s’affollavano persone con richieste molteplici. Infermiere e dame della buona società offrivano caffè, birra e piccole salsicce. Intorno ai pentoloni da campo dei soldati sulla piazza s’affollavano povere donne e molti bambini, uomini anziani che mendicavano pane e tendevano bicchieri. Davanti alle stazioni i comandanti cercavano di cacciar via i mendicanti. Continua a leggere “Scrittori in tempi di guerra: Alfred Döblin”